venerdì 19 giugno 2009

Memorie di un amore




Un nome capace di scavare un vuoto in pieno ventre, quello di Giovanni Raboni. L'ho raccolto con un pizzico di stupore leggendo l'articolo sulla censura inflitta a José Saramago: lui, Raboni, è uno degli scrittori del Novecento marchiati Mondadori.
Il suo nome - prezioso ed egoista, che non ha seguito l'uomo Raboni nel Famedio del cimitero monumentale di Milano - amo legarlo a quello di una donna, che con lui condivise la vita: Patrizia Valduga.
Ricordo questa poetessa esile, dal caschetto scuro, dagli occhietti vispi e acquosi mentre raccontava in un'intervista - due anni dopo la morte di Raboni (2005)- del grande vuoto che il suo amore rubato le infliggeva ad ogni risveglio. Ho difeso dall'incuria del tempo quel racconto, un vero testamento di verità e dolore che trasuda solitudine. Chi se ne va, in fondo, toglie qualcosa a chi resta, uno scrittore ai suoi lettori preclude un infinito.
"Dopo due anni - maledizione!- sono ancora così (le lacrime le scendono copiose). Si dice che il tempo allevia. Non è affatto vero: il tempo ti prende a scudisciate e ti riapre tutte le ferite. Con Giovanni avevo una vita. E se mai mi è pesata, se mai ho sentito lui come un limite, sono stata una stronza. Ormai so che l'amore l'ho avuto, ma mi contenterei anche di una pallida somiglianza pur di trovare conforto.
L'ultima poesia che mi ha dedicato? "La piazza". Parla delle persone care, quelle entrategli nel sangue, che gli tornano davanti in una piazza: prima vede suo padre, poi sua madre, poi suo fratello, e poi vede me sui primi tacchi alti della mia adolescenza. E' un'immaginazione perché mi ha conosciuto dopo, quando quella sedicenne non c'era più. E sa qual è la cosa più bella di questa poesia? Che Giovanni mi abbia messo con i suoi morti" (Patrizia Valduga).

Giovanna Boglietti


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