domenica 4 luglio 2010

Kumari: dee bambine o schiave?


Per alcuni le Kumari sono solo bambine, per altri vere e proprie schiave. Per tutta la tradizione religiosa del Nepal e degli Hindu, dee viventi nonché protettrici del re. Nel mondo si è parlato spesso del loro ruolo, sia dal punto di vista culturale e religioso ma anche politico e civile, nell’ambito della difesa dei diritti umani.


Nella venerabile storia delle dee bambine, appena due anni fa, è entrata infatti anche la Corte suprema della Repubblica himalayana. Ma oggi che un re non esiste più, detronizzato nel 2006, questa “istituzione” mantiene lo stesso valore? Sembra proprio di sì, nonostante la salita al potere dei maoisti.


Il Times of India ha pubblicato in questi giorni la notizia del diploma di una delle tre dee bambine viventi in Nepal, Chanira Bajracharya, 15 anni. Lei è la prima Kumari ad aver ottenuto il voto di 80,12 in un test che quasi la metà degli studenti non riesce a superare. E per la prima volta una Kumari potrà accedere all'università (vuole studiare informatica) e lavorare, non appena il suo “regno” sarà terminato. Un passo epocale, dal momento che la Corte suprema garantisce il diritto all’istruzione delle bambine solo dal 2008. E c’è di più: il governo nepalese, pochi giorni fa, ha concesso alle Kumari un aumento dello stipendio del 25 per cento, per investire sulla loro istruzione. Uno stipendio che equivale a 82 euro al mese, cifra molto sostanziosa in Nepal.


I maoisti, succeduti a una monarchia con alle spalle 238 anni di regno, hanno addirittura messo una pezza alla questione delle nomine delle Kumari. Nomina che è sempre spettata al sacerdote del re, altra carica scomparsa. La tradizione vuole che le Kumari di Patan, Kathmandu e Bhaktapur (gli antichi tre regni della valle) siano direttamente connesse con il re. La dea bambina di Kathmandu, la più importante, è colei che pone la tika, il sacro segno rosso, sulla fronte del monarca, legittimando così il potere reale per un anno. In campo è sceso addirittura il Ministero delle riforme: segno che, per quanto atei, i maoisti riconoscono sia impensabile privare il Nepal di una simile figura sacra.


Ma chi sono le Kumari e come diventano dee? Kumari significa “vergine”, a indicare la purezza della dea, incarnazione di Taleju Bhawani o Durga in India. Le Kumari vengono scelte tra le bambine delle caste buddiste newar, gli Shakya di Kathmandu.


L'attuale Kumari Reale è Matina Shakya. Verrà detronizzata all'arrivo del primo mestruo o a seguito di perdite di sangue o malattie (basta il sangue di un piccolo graffio). Questo perché per restare pura la Kumari non può ricevere le cure di alcun dottore.


Il corpo è il requisito primo: le bambine devono possedere “32 perfezioni”, anomale in un fisico ancora acerbo addirittura di soli 3 anni (esempio: ciglia come quelle di una mucca, cosce di daino, guance come quelle di un leone, corpo come un albero di banano).


Il carattere è il requisito secondo: la Kumari non può piangere, mostrarsi disinteressata o irrequieta, tantomeno muoversi durante i riti. Infatti ognuno di questi gesti è causa di gravi sciagure per il Nepal. Durante la “notte nera” o el Kalratri, le candidate dormono in una stanza buia tra le teste di capre e 108 bufali sacrificati in onore della dea Kali, con uomini mascherati da demoni a spaventarle. Quella che resiste è la Dea.


La Kumari vive reclusa nel suo palazzo, lontana dalla famiglia. Nella piena sacralità, ma una volta deposta torna mortale. Condizione difficile da accettare. Quasi tutte le ultime tredici ex Kumari si sono sposate e hanno avuto figli, ma la leggenda tramanda che il marito è condannato a morire entro sei mesi, tossendo sangue. Alle superstizioni si aggiunge la spinta modernizzatrice maoista che, pur conservando la figura per il consenso, non la approva. Le riforme apportate seguono la sentenza della Corte suprema della neonata repubblica himalayana, secondo la quale il trattamento subito dalle dee bambine viola i diritti sanciti dalla Convenzione internazionale dei diritti dell'infanzia.

In un articolo Deepak Shimkhada, presidente di Indic Foundation e Asian Studies on the Pacific Coast, sostiene invece che la questione deve essere ridimensionata, perché si lega a figure comunque privilegiate, che in varie interviste si riconoscono come tali e ne sono felici:


“In open interviews, all former Kumaris enjoyed their role as a Kumari and never regretted it. So what is the fuss? They all felt empowered and special, even if only for a few years. If the Kumaris do not feel that they have been exploited, isn't the human rights group acting as Big Brother? Is this really such a significant social problem of Nepal that it requires court intervention?”


Ci sono faccende più urgenti per Shimkhada. Bambine prostitute, mogli bambine, bambine madri che rischiano di morire di parto, bambine che non possono studiare
:


“Abolishing the Kumari tradition will not solve these more serious problems”. Abolire la tradizione della Kumari non risolverà niente di tutto questo.




Giovanna Boglietti

2 commenti:

  1. brava Gio, vedo che il tuo blog si fa sempre più bello...! Anche io mi sono messa a bloggare più di frequente http://laurapreite.blogspot.com/
    baci

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  2. Cara Laura, grazie! Visito subito il tuo!

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