mercoledì 29 settembre 2010

... l'orda di ieri. Ratti nei secoli.


"La discarica senza legge": l'invasione giornaliera dei nuovi immigrati direttamente dai bassifondi d'Europa (Fudge, 6 giugno 1903)

sabato 25 settembre 2010

Laura: un prete ha abusato di lei. La sua vita amorosa stravolta

"Erano giovani, belli, intelligenti, puliti. Molti li ho ritrovati su Facebook, sono rimasta annichilita nel sapere che erano ancora in contatto con quel prete. Soprattutto se penso a quello che hanno subito, più grave e pesante ancora di quel che è toccato a me, forse perché ero una bambina e loro dei maschietti. Gli abusi e le violenze che abbiamo patito hanno cambiato per sempre la nostra vita, non c'è risarcimento per qualcosa che ti impedisce di essere te stesso, ti fa perdere la fiducia, stravolge per sempre la tua vita amorosa".
Laura M. ha 35 anni, un compagno, un lavoro da insegnante in un piccolo centro del nordest. Insieme a quello di molti altri sconosciuti che hanno risposto all'appello il suo sarà uno dei racconti che oggi a Verona vorrebbe cambiare la storia italiana delle vittime della pedofilia nelle chiese, nei seminari, nei collegi. Quelle vittime di preti pedofili che - secondo il gruppo 'La colpa' (infolacolpa. it) che ha organizzato l'incontro al Palazzo della Gran Guardia, scegliendo non per caso uno dei luoghi più visibili della città - in Italia fanno ancora così fatica a denunciare gli abusi subiti, a essere creduti, a ottenere giustizia.
Il racconto di Laura è arrivato prima con una timida mail: "Gentili signori, ho visto il vostro annuncio su Internet. Non so se il mio caso vi può interessare perché non mi sono mai rivolta alla polizia e ancora oggi non ho il coraggio di svergognare quel prete, che sia pure molto anziano è ancora presente nella sua comunità".
Dall'altra parte, la donna ha trovato incoraggiamento e comprensione: "È capitato anche a noi, a volte si convive tutta la vita col peso di un'ingiusta vergogna". Così, è riuscita a continuare: "Avevo 11 anni quando ho sentito per la prima volta su di me il sesso di un uomo. Era il mio parroco, e ogni scusa era buona per restare solo con me e attirarmi in casa sua, sopra la sacrestia. Io resistevo, ma ero debole, indifesa, non capivo quanto fossero gravi quelle molestie e non avevo il coraggio di ribellarmi a un adulto del quale mi fidavo ciecamente. Lo scandalo scoppiò quell'estate, un ragazzino più piccolo raccontò a casa quel che gli stava capitando e scoprimmo così che la cosa andava avanti da anni, che alcune famiglie avevano cambiato parrocchia senza però mai pensare a proteggere i figli degli altri...".
Ma, come in molti altri casi, le gerarchie locali scelsero di insabbiare il caso: "Quel prete lo trasferirono per due anni al Tribunale ecclesiastico, poi gli affidarono un'altra parrocchia, poi ancora un'altra, neppure troppo lontana. Andai dal padre spirituale del collegio, mi disse di non parlare e che potevo continuare a volere bene al mio parroco... Dopo, venne un altro prete, un uomo di grande moralità, è grazie a lui se non ho smesso di credere in Dio. Ma per anni e anni non ho potuto avvicinare un uomo, non sopportavo neppure l'idea e soffrivo ancor di più pensando ai miei amici, quelli con cui ho diviso gli anni che dovevano essere i più belli.
Ora so che molti di loro non hanno potuto farsi una famiglia né essere felici, e non riesco a perdonare". Resta un peso difficile da cancellare: "Ho cambiato città, mi sono allontanata, a trent'anni mi sono fidanzata, ma ancora non riesco a pensare a dei figli. E vorrei far qualcosa per non lasciare più che la vita di un bambino sia compromessa per un sistema malato, che la vita di un adulto sia sprecata. Naturalmente non farò il nome dei miei amici. Vorrei poter dir loro del mio affetto, ma consegno la mia esperienza come la denuncia del nostro male".
Storie come quella di Laura hanno convinto il gruppo originario dei fondatori di 'La colpa', perlopiù ex allievi del 'Provolo', la scuola per bambini sordi di Verona dove decine di allievi sarebbero stati abusati, che era giunto il momento di uscire allo scoperto. "Vogliamo offrire a tutte le vittime di preti pedofili italiani il sostegno psicologico che è indispensabile, perché queste violenze sono paragonabili a quelle familiari anche per le conseguenze che lasciano - spiega Salvatore Domolo, 45 anni, il portavoce, che ha alle spalle una storia di bambino abusato e di ex prete - e il sostegno legale. Ma non ci interessano i risarcimenti, quanto l'urgenza di un'azione legale verso la Chiesa cattolica per crimini contro l'umanità. E il 31 ottobre saremo a Roma, insieme alle vittime da tutto il mondo, per manifestare con le nostre facce e le nostre storie quello che è accaduto anche in Italia, a centinaia di bambini e di ragazzi".

(di Vera Schiavazzi, La Repubblica)

giovedì 26 agosto 2010

Messico: in centinaia arrestate per un aborto. Molte sono vittime di stupri

“Alle donne che vengono picchiate dai mariti, si consiglia di rassegnarsi, ridere e raccogliersi in preghiera”. Lo prescrive la regola della Tripla R.
“Le donne nel momento in cui sono violentate secernono un liquido spermicida, che le protegge dalla gravidanza”.
“Per amore o per violenza l'aborto è un delitto”: gli aborti spontanei per denutrizione o per qualsiasi altro tipo di limitazione fisica, vengono puniti con pene fino a 35 anni di carcere. E quelli che vengono realizzati in forma volontaria, anche.

La denuncia sul blog di Jaime Avilés (leggi il post). Corre infatti sul filo di queste prese di posizione, che hanno dell’incredibile, la campagna di sensibilizzazione lanciata da Desfiladero per l'immediata liberazione di alcune contadine messicane condannate all’ergastolo per aver abortito, una di queste dopo aver subito uno stupro. La campagna dovrebbe avere come asse centrale il Centro Las Libres, le cui operatrici lottano nello Stato di Guanajuato per i diritti delle donne. Basti pensare che in questo momento, proprio a Guanajuato, altre 166 donne sono state consegnate dai loro “medici” alla polizia. Di queste, 43 si trovano a disposizione del giudice per essere sottoposte a un processo penale.

Una notizia, quella dell’arresto delle contadine, che si somma a tante altre, lungo gli anni. Si leggeva pochi giorni fa sulla rivista Latinoamerica e tutti i Sud del mondo:

“In Messico per il 90% degli omicidi non si apre neanche un’inchiesta […] Secondo uno studio della Commissione per i diritti umani dello Stato di Guanajuato, le 166 donne attualmente in carcere solo in quello stato (è difficile non notare che siano ben di più dei cosiddetti prigionieri politici cubani) sono praticamente tutte contadine analfabete, spesso già madri di vari figli e in molti casi vittime di stupri.

È il combinato disposto, perverso, di due leggi che sono oramai applicate in 18 stati della federazione messicana che si sono mossi in senso opposto alla capitale federale, Città del Messico, dove dal 2007 l’aborto è legale nelle prime 12 settimane di gravidanza. Da una parte il feto è divenuto una persona a tutti gli effetti fin dal momento del concepimento. Dall’altro le leggi sulla violenza familiare, in genere completamente disattese contro gli uomini violenti, diventano un macigno nel caso dell’aborto. Così l’aborto è passato in molti stati dall’essere condannato con pene tra i sei mesi e i tre anni di carcere all’essere considerato come ‘omicidio volontario aggravato dalla relazione di parentela’ e comportare quindi pene che arrivano a corrispondere al nostro ergastolo.

Nel paese dei Legionari di Cristo, dove consideravano un santo il fondatore degli stessi il pedofilo e stupratore seriale Marcial Maciel, “dopo la sconfitta di Città del Messico –sostiene María Consuelo Meijía Direttrice dell’organizzazione ‘Donne cattoliche per il diritto di scegliere’- l’ultra-destra conservatrice e le gerarchie cattoliche hanno ottenuto la loro vendetta negli stati più arretrati”.

I dati: 800mila gli aborti clandestini ogni anno contro i circa 40.000 aborti legali che avvengono in strutture pubbliche a Città del Messico. La battaglia politica, anche a livello di riforme costituzionali, è in corso.

Una sfida anche per le donne impegnate in politica. Scriveva già un anno fa la giornalista messicana Sara Rovera (leggi):

“Alla fine della LX legislatura messicana, Elsa Conde, del partito socialdemocratico, membra del gruppo che in questa legislatura ha riunito le femministe ha rivelato che le deputate progressiste hanno dovuto affrontare da vere e proprie resistenti molte azioni, alcune delle quali fallite, portate avanti contro il progresso delle donne […] A cominciare dalle bordate contro la contraccezione di emergenza (pillola del giorno dopo), a seguire con un errore nella riforma elettorale che, invece di aumentare i seggi per le donne li ha diminuiti; il priismo si è affiancato al panismo, per cercare di modificare la Costituzione in 14 entità del Messico con lo scopo di attribuire al neonato personalità giuridica ed eliminare quelle eccezioni che consentono l’aborto legale […] ed è stato riconosciuto che ci sono stati molGrassettoti passi indietro e che addirittura incombe la minaccia che la proibizione assoluta dell’aborto venga portata davanti al Congreso Nacional e che venga ristretto l’uso di anticoncezionali”.

I 31 Stati federali che compongono il Messico non si smentiscono, come riporta Peace Reporter in un articolo di maggio. Una condizione, quella messicana del tutto simile a quella di altri Paesi limitrofi.

Lo denuncia Amnesty International parlando di Nicaragua, in cui una legge vieta totalmente l’aborto. Tanto che sarebbero negate le cure mediche a donne e ragazze vittime di stupro e incesto, e obbligate a partorire.

I dati raccolti da Semlac in una inchiesta (leggi l’approfondimento) tristemente confermano:
“Tre milioni di donne, quasi la popolazione totale dell’Uruguay, ricorrono ogni anno all’aborto in 12 paesi dell’America Latina e Caraibi. Altri tre milioni vi ricorrono in Brasile. La stragrande maggioranza lo fa clandestinamente poiché le leggi delle nazioni in cui vivono, criminalizzano questa pratica”.


Giovanna Boglietti

mercoledì 25 agosto 2010

Afghanistan: apre la prima scuola di giornalismo per sole donne

Nella provincia di Herat, con il sostegno del contingente italiano.

Fare la giornalista in Afghanistan può essere molto pericoloso. Le donne che si avventurano in quel campo fronteggiano quotidianamente aggressioni, spesso rischiano la vita. A poche ragazze viene in mente di studiare giornalismo.

Tre giornaliste afghane hanno deciso di sfidare questa tendenza. Hanno fondato tre mesi fa il primo centro di giornalismo del paese rivolto esclusivamente alle donne. L’obiettivo è formare laureate in giornalismo ed aiutarle a trovare lavoro nel mondo dei media nella provincia di Herat e in quelle vicine.

L’Università di Herat aveva già incominciato otto anni fa un programma aperto alle aspiranti giornaliste. Ma le ragazze che si diplomavano lì, circa venti all’anno, «Finivano coll’insegnare nelle scuole, perché non trovavano posto nei media locali o per pregiudizi sociali», dice Fawzia Fakhri, direttrice del nuovo centro. Il centro nasce quindi «per incoraggiare le donne che hanno studiato quattro anni per diplomarsi in giornalismo».

Fawzia Fakhri ha 30 anni, ha dovuto faticare molto per arrivare dov’è adesso. Brillante studentessa all’universita di Kabul, si è laureata nel 1996. Voleva diventare un medico. La sua carriera viene bruscamente interrotta quando i talebani prendono il potere. Si iscrive allora a una scuola per ostetriche, l’unica possibilità per una ragazza che voleva studiare medicina. Caduto il regime, cerca di riprendere il suo sogno, ma stavolta è la famiglia ad opporsi. Oggi ha alle spalle quattro anni in una stazione radiofonica di sole donne, Radio Sahar e collabora anche con giornali locali.

«In passato ci sono stati almeno tre centri dedicati al giornalismo – dice la Fakhri – ma non ci sono mai andata: le donne non erano mai invitate». La sua scuola, invece, avrà corsi pratici in tutti i settori. L’obiettivo è aprire un sito web, una radio e una televisione tutte al femminile. «Abbiamo bisogno del sostegno dei governi e delle organizzazioni internazionali», dice Fawzia. Ad oggi sono già arrivati quattro computer dal team italiano per la ricostruzione della provincia.

martedì 17 agosto 2010

Germania: popstar a processo per aver trasmesso l'Hiv ai suoi partner. "Ho accantonato il rischio"

“In schlichter dunkellila Baumwollbluse, Jeans, flachen Schuhen und mit zum Pferdeschwanz gebundenem Haar, tritt nicht auf wie ein Popstar aus der Glitzerwelt des Musikbusiness, sondern als eine in sich gekehrte, sanfte, junge Frau, die sich ihrer Verantwortung, gegebenenfalls auch ihrer Schuld, durchaus bewusst ist”.

Una camicia di cotone viola scuro, jeans, una coda di cavallo. Non è una popstar quella che si presenta in aula, ma una ragazza giovane che dimostra pentimento, consapevole di quale sia la sua responsabilità. Lo Spiegel descrive così l’abbigliamento e il piglio di Nadja Benaissa, una delle quattro cantanti del gruppo femminile più amato in Germania, le No Angel (guarda la partecipazione al programma Fernsehgarten 2009).


Benaissa si è presentata ieri all’apertura del processo che la vede imputata a Darmstadt, con un’accusa pesante: aver infettato consapevolmente alcuni partner, non dicendo loro di avere l’Hiv.

“Warum verschwieg Benaissa ihre Krankheit - obwohl sie doch gewusst haben musste, dass sie die Männer durch ungeschützten Sex anstecken konnte? Diese Frage steht im Zentrum des Prozesses”.

Come scrive il quotidiano tedesco, proprio l’omertà della cantante - che sapeva della sua malattia – sarà il punto focale del processo. La difesa dovrebbe puntare sulla vita difficile della ragazza, 28 anni, una figlia di 11. Brutte compagnie e le prime sbandate da adolescente, alcol e marijuana, fino alla dipendenza da crack, lo stop del percorso scolastico e la vita sulla strada. I genitori, un marocchino e una tedesca di origine rom, cercano di riportarla sulla retta via e lei esce dall’incubo. Fino al 1999, l’anno in cui scopre di essere malata di Hiv, facendo un test di gravidanza.

"Meine ganze Sorge galt nun meinem ungeborenen Kind", berichtet sie. "Ärzte versicherten mir, die Ansteckungsgefahr sei äußerst gering, wenn ich diszipliniert lebte und meine Medikamente regelmäßig einnähme." Daher habe sie die Krankheit Freunden und Bekannten gegenüber verschwiegen. "Ich sah keinen Anlass, die Krankheit öffentlich zu machen, da ja ein Ausbruch nicht zu erwarten war."

“Il mio unico pensiero andava alla bambina non ancora nata. I medici mi assicurarono che il pericolo di contagio per la piccola era da escludersi, se avessi vissuto in modo disciplinato e avessi preso i medicinali regolarmente”. Così ha nascosto ad amici e familiari la malattia. “Non vedevo alcun motivo di renderla pubblica, e non mi sarei aspettata una bomba simile”.

La ragazza non molla. Nel 2000 inizia la sua carriera musicale che la porterà a vincere con la band No angel il talent-show più prestigioso in Germania.

"Ich hatte die Vorstellung: Ich kann die Infektion nicht öffentlich machen, ohne die Karriere der Band zu beschädigen".

“Avevo in mente: se faccio sapere che sono malata, la carriera della band si rovinerà”.

"Ich suchte nach einer festen Beziehung", sagt Benaissa. "Ich suchte einen Mann, der auch meine Tochter akzeptiert und von ihr akzeptiert wird. Aber dann merkte ich, dass das fast unmöglich ist." Sie ging flüchtige Beziehungen ein, über Verhütung sei nicht gesprochen worden. "Meine Partner waren da sehr sorglos".

“Cercavo una relazione stabile, un uomo che accettasse anche mia figlia e che fosse accettato da lei. Ma poi ho capito che questo non era possibile”. Passava di relazione in relazione, senza mai parlare di contraccezione per essere protetti. “I miei partner non se ne preoccupavano minimamente”.

"Ich wurde nie gefragt, ob ich verhüte", sagt sie. Warum sie die Infektion verschwiegen habe, will der Richter wissen. "Ich weiß nicht", sagt sie, "ich hatte einfach eine tierische Angst."
“Non mi hanno mai chiesto di usare contraccettivi”. Se le si chiede perché ha nascosto la malattia, la cantante risponde: “Non lo so. Avevo semplicemente una paura bestiale”.

Cinque uomini potrebbero pagare il suo silenzio, la leggerezza dei rapporti non protetti. Uno di loro, assistente artistico di 34 anni, ha contratto l’Hiv ed è tra quanti hanno denunciato la cantante. Negli altri quattro casi, dove il contagio non è avvenuto, la denuncia è per tentate lesioni personali aggravate.

"Ich habe Fehler gemacht. Ich hatte eine Verantwortung. Ich habe das Risiko verdrängt. Ich habe nicht gewollt, dass sich jemand bei mir ansteckt. Ich hätte mit dem Thema verantwortungsvoller umgehen müssen."


Si dichiara colpevole: “Ho sbagliato. Ho una responsabilità. Ho accantonato il pericolo. Non volevo che qualcuno mi scoprisse. Avrei dovuto agire con coscienza”.
E la vittima cosa ha detto in aula?
"Ich? Ich soll mit der da Kontakt aufnehmen?" Er streift sie mit Blicken. "Bin ich etwa in der Bringschuld?" Benaissas Tante habe ihn damals über die Infektion ihrer Nichte aufgeklärt. "Wenn die mir das nicht gesagt hätte - ich wäre dumm gestorben!", empört sich der Mann. "Ich hätte ja Tausende Frauen anstecken können!" Er sei mit ehemaligen Sexpartnerinnen zum Arzt gegangen, damit diese sich testen lassen. "Wissen Sie, wie unangenehm das ist?", fragt er den Vorsitzenden, woraufhin Verteidiger Wallasch Benaissas Geständnis erwähnt.
“Io dovrei avere contatti con lei?”. La fulmina con gli occhi. “Sono io in debito? Se sua zia non me ne avesse parlato io a quest’ora sarei morto. Ho avuto un sacco di donne che potevano ammalarsi!”. L’uomo è andato dal medico per sottoporsi al test con la sua compagna ufficiale. “Vi rendete conto che non è possibile tenerlo nascosto?”.

Eppure la cantante ha tenuto tutto nel silenzio, fino a pochi mesi fa. Lo scorso novembre Benaissa si è presentata a una serata di beneficienza a Berlino ed è salita sul palco dicendo: "Il mio nome è Nadja Benaissa, ho 27 anni, ho una figlia e sono sieropositiva". Semplice, ma fatale. Ora rischia fino a 10 anni di carcere. Quel che ha da dire non è che: “Mi dispiace di cuore”.




Giovanna Boglietti

venerdì 13 agosto 2010

Messico: Ciudad Juarez, la città dei femicidi e
dei narcos. Adesso parlano le madri di famiglia.


Da una parte i narcos, dall’altra le madri. In mezzo una distesa di croci rosa, piantate nella terra per ricordare centinaia di donne massacrate brutalmente. La frontiera tra Messico e Stati Uniti separa due territori, ma al di qua della linea ci sono altri fronti contrapposti, fronti interni che l’occhio straniero fatica a riconoscere.

Verso la frontiera tra Messico e Stati Uniti sorge Ciudad Juarez, la città considerata la più pericolosa al mondo, roccaforte del traffico di uomini e droga in viaggio verso la patria a stelle e strisce, nonché teatro di uccisioni e sparizioni di giovani donne da più di una decina d’anni (un video d’inchiesta). Ma a parlare adesso, oltre ai parenti delle vittime che si sono organizzati nell’associazione Nuestras Hijas de Regreso a Casa, sono anche le madri dei futuri abitanti di Ciudad.

Lo fanno attraverso un video, "Educare Ciudad Juarez" girato dalla fondazione Omnilife e pubblicato su internet, per raccontare di quanto i loro figli abbiano bisogno di una buona educazione per crescere e cambiare, il minimo ma quanto manca. La nuova scuola elementare porta i bambini a socializzare e a sviluppare un senso di solidarietà e comunione. Valori che esportano anche agli adulti: “Imparano e poi ci insegnano cose che noi non sappiamo”, confessa una madre.


Associazioni di vario genere, in testa Amnesty International, continuano a chiedere di intervenire contro le violenze di Ciudad. Ma le notizie non si fermano. Questa mattina un articolo sul sito del Corriere della Sera parlava delle fotografie trasmesse dalla dogana statunitense per svelare i trucchi usati dalle gang, allo scopo di superare i controlli: immigrati “travestiti” da sedile, clandestini nascosti nel motore, droga infilata in nascondigli ingegnosi come pompe e idranti, fogli per rivestimenti, impasti da mattoni. Tanto che il presidente Obama ha assicurato che da ottobre, insieme alla Border Patrol, saranno schierati anche i soldati della Guardia nazionale.

Nella “città-inferno” (come scriveva La Stampa) di Ciudad Juarez si registra il più alto numero di omicidi nelle guerre ingaggiate dal governo di Felipe Calderon contro i narcos e dai diversi cartelli della droga fra di loro. Una serie di scontri, massacri e omicidi, dal 2006 a oggi, ha portato a 28 mila morti.

Non solo, l’Ansa riporta che a crescere è anche “la collusione tra le organizzazioni criminali e alcuni membri delle forze dell'ordine a libro paga dei narcos. Per ovviare alla corruzione della polizia, che pure ha pagato un alto tributo di sangue in questa guerra con quasi tremila caduti in tutto il Paese, il presidente Calderon ha messo in campo l'esercito, ma la situazione non accenna comunque a migliorare”. Lo dimostra la rivolta del 9 agosto, quando trecento agenti della polizia federale messicana hanno preso d'assalto il loro comando, a Ciudad Juarez, per chiedere la destituzione del comandante, considerato collegato ai cartelli della droga.

Madri, donne assassinate o scomparse, droga. Tutto a Ciudad si mescola. Dal 1993, la città è il maggiore cartello di narcotraffico della cocaina colombiana diretta negli Stati Uniti. E proprio nel 1993 è iniziata la serie di omicidi, rapimenti e violenze ai danni di donne giovanissime: 600 in questi diciassette anni, delle quali 460 ritrovate (le altre forse sono state sciolte per “lechada”, nell’acido). Sette vittime in ventiquattro ore solo all’inizio di agosto (le statistiche e i dettagli). Donne alla mercé delle 500 gang che spadroneggiano in città.

Molte di queste donne, operaie di fabbrica (maquilladoras) malpagate, hanno subito stupri e torture prima di essere barbaramente strangolate o accoltellate. Innumerevoli anche le denunce di scomparse e altissimo il grado di impunità per questi delitti. A causa della corruzione e dell’inefficienza di polizia e magistratura finora sono ben poche le condanne definitive. Restano aperte svariate ipotesi sui delitti: dal traffico d'organi ai rituali di una setta satanica, senza escludere il fenomeno dell'imitazione, e sembra probabile l'esistenza di uno o più serial killer (di recente l’arresto di un americano).

Sulla storia di Ciudad Juarez è stato girato un film interpretato da Jennifer Lopez, “Bordertown”. Victor Ronquillo ne ha fatto prima un reportage televisivo poi un libro, “L’inferno di Ciudad Juárez. La strage di centinaia di donne al confine Messico-Usa” (B.C. Dalai Editore). Amnesty International ha cercato la sensibilizzazione tramite cartoline.

Già nel 2007, sul sito de Il paese delle donne, si leggeva:


“Polizia, magistratura, governo locale e federale minimizzano il numero di omicidi e anzi indicano nelle vittime le vere responsabili che passeggiavano in luoghi bui e indossavano minigonne o altre mises provocanti… Alla fine del 1999, alcuni cadaveri di donne e bambine furono ritrovati vicino ai ranch di proprietà di trafficanti di cocaina. Tale coincidenza sembrava stabilire un legame tra gli omicidi e la mafia del narcotraffico, a sua volta legata alla polizia e ai militari, ma le autorità rifiutarono di seguire questa pista preferendo piuttosto incolpare consapevolmente degli innocenti, tanto per placare un po’ l’opinione pubblica”.

Gli ultimi sette omicidi, in ventiquattro ore, allungano la lista delle vittime di quello che i parenti chiamano “femicidio”. La rete, che conserva fatti datati e recenti, continua a mobilitarsi: su Facebook da meno di un anno è stato attivato il
gruppo “Chiediamo Giustizia per le donne e le bambine di Ciudad Juarez”. Emblematico il commento di Ilaria, una dei membri:

"La cosa più grave è che di questa terribile verità nessuno vuole parlare... Se non fosse stato per il film, in Italia, la conoscerebbero in pochi...”.



Giovanna Boglietti