giovedì 5 agosto 2010

Keiko Fujimori, una giapponese per il Perù.
La figlia del dittatore verso la presidenza

Keiko, in giapponese, ha tra i kanji e possibili significati quello di “figlia fortunata”. Ben si addice a Keiko Fujimori, la figlia dell’ex dittatore Alberto che nei sondaggi elettorali di questi giorni risulta in testa per la corsa alla presidenza del Perù.

Mancano meno di nove mesi alle elezioni presidenziali, che farebbero ben sperare la Fujimori, 35 anni, una laurea alla Columbia University – almeno secondo le agenzie di statistica peruviane. La figlia del dittatore non è nuova al successo: era già stata eletta nel 2006 al Congresso della Repubblica, l’unica camera in cui si articola il potere legislativo in Perù, con il più alto numero di voti.

Il suo cognome rimanda però al decennio più cupo della storia del Paese. Vent’anni fa (era il 28 luglio 1990) il padre Alberto Fujimori, agronomo, fisico e matematico di origini giapponesi, è stato eletto presidente del Perù. Da lì a poco la presidenza di Fujimori ha virato bruscamente verso un governo autoritario, fino a diventare una vera e propria dittatura: commissariamento di omicidi, uso della tortura, sospensione delle attività della magistratura e la revisione della Costituzione con lo scopo di permettere una sua terza candidatura.

Scrive Simone Olivelli in articolo apparso su newnotizie.it: “L’era Fujimori si concluse nel 2000, quando il suo governo fu travolto dalla corruzione e l’opinione pubblica si infiammò, costringendo il presidente all’esilio in Giappone per paura di essere processato. Nel 2005 fu arrestato in Cile per poi essere estradato in Perù dove è stato condannato a 25 anni con l’accusa d’aver ordinato l’omicidio di 30 persone, utilizzato il sequestro di persona e aver violato più volte i diritti umani. Oggi, a distanza di dieci anni dalla fuga dell’ex presidente in Giappone, in Perù si parla di Fujimori non solo per commentare il passato, ma anche per guardare al futuro”.

Adesso potrebbe essere il turno di Keiko, che già nel 1994 è stata insignita dal dittatore del titolo di first lady. Gli occhi saranno puntati sulle sue possibili mosse; basta pensare che la Tribunalatina.com già qualche mese fa riportava come, all’interno del suo programma elettorale, spicchi il proposito di concedere un indulto al padre.

Perù e Giappone saranno forse ancora una volta legati. Fuori dai palazzi del potere, in fondo, lo sono già, complice l’immigrazione nipponica che s’è aggiunta al melting pot di culture presenti in Perù, per dedicarsi all’agricoltura (leggi qui). E Keiko Fujimori è una delle donne di origine giapponese che in Perù fanno la differenza. La famiglia Fujimori ha lasciato il segno anche in questo senso, come riporta ExpactClick.com (L’espatrio al femminile) riportando il racconto di Doris Moromisato, scrittrice e studiosa di spicco in Perù:

“Nel 1992 la crisi matrimoniale dell'allora presidente della repubblica del Perù Alberto Fujimori e sua moglie Susana Higuchi, portò alla luce per la prima volta la rigida gerarchia patriarcale delle famiglie nipponiche e la situazione che vivono le loro donne. Di fronte al violento intervento della giapponese Susana Higuchi, che denunciava maltrattamenti fisici e psicologici da parte di suo marito, e reclamava i suoi diritti come qualsiasi cittadina peruviana, tutti i mezzi di comunicazione si chiesero: dov'è il modello di donna giapponese, sottomessa e obbediente, che tutti hanno in mente?”.

Fin dall'inizio della presenza giapponese in Perù, le sue donne hanno avuto due compiti fondamentali: organizzare la sfera domestica e conservare costumi e valori per garantire che la cultura giapponese non si diluisse nella società peruviana. Una quantità significativa di donne giapponesi in Perù si è registrata nel 1903, con l'arrivo del secondo contingente di lavoratori giapponesi, nel quale c'erano 109 donne.

“Anche se in un primo momento le donne erano arrivate in qualità di accompagnatrici, subito dopo dovettero ricoprire doppi e tripli incarichi come mogli, madri e lavoratrici, assumendo al contempo la condizione comune a tutti gli immigranti. In quel momento mostravano lo stereotipo femminile radicato in loro attraverso secoli di cultura originale giapponese: obbedienza, discrezione, sottomissione. A partire dalle sansei o discendenti di terza generazione, l'idea di autonomia diventa basilare, e la professionalità e l'indipendenza economica sono i punti fondamentali delle loro vite; il loro progetto di vita punta all'inserimento negli spazi non giapponesi”.

L’elezione di Keiko Fujimori, al di là delle sue origini, avrebbe allora un’altra valenza, proprio perché – secondo quanto studiato da Doris Moromisato:

“Rivedendo gli atti di dodici Assemblee Annuali dei Rappresentanti dell'Associazione Peruviano-Giapponese, compresi tra il 1986 e il 1984, sono giunta alla conclusione che alle donne non è mai stato permesso pianificare, e ancora meno decidere, nessun aspetto della vita comunitaria. Tutte le donne sansei oggi rifiutano di partecipare ad istituzioni di carattere femminile, perchè le considerano domestiche e in generale segregazioniste, oltre che contrarie alla loro ricerca di professionalità e inserimento nella società peruviana. D'altro canto, le giovani generazioni mostrano la tendenza all'esogenesi o uscita dalla comunità etnica. Esiste oggi un considerevole numero di matrimoni misti o con persone non giapponesi. Se consideriamo che le donne sono state - e sono - le guardiane di una cultura che si è forgiata in cento anni di presenza giapponese in Perù, capiamo che con la loro indifferenza la comunità nipponica corre il rischio di scomparire”.


Giovanna Boglietti

lunedì 2 agosto 2010

Luciano Barbera: made in Italy in crisi? Tutto per un capitolo. O quasi

Lo chiamano il contadino del tessile, a Biella. Definizione che si accompagna a quella che in tutto il mondo ha fatto di lui uno dei re Mida dell’eleganza. Come scrive il New York Times, “dressed in a style that could be described as aristo-casual”. Il sovrano dell’aristo-casual Luciano Barbera, uno dei rappresentanti italiani delle aziende artigiane assurte allo stato di fucine di pregiatissimi tessuti e modelli di stile, per qualcuno è anche un “grillo parlante”.

In questi giorni le considerazioni di Luciano Barbera sul mondo dell’industria medio-piccola italiana, che potrebbero non sostenere più l’economia del Paese, ribadiscono concetti già espressi. Ma adesso Barbera parla dalle pagine del sito del New York Times. Il 72enne biellese ha infatti fondato nel 1992 la Barbera Usa, diretta da Michael Sestak.


Il NYT scrive che l’economia italiana, la settima al mondo, rientra nella lista delle Nazioni che spaventano l’Europa e che sotto certi aspetti la situazione in Italia assomiglia a quella in Grecia:

“Study the numbers and you will find symptoms of distress that look a lot like those of Greece. Public sector debt amounts to roughly 118 percent of the gross domestic product, nearly identical to Greece. And like Greece, Italy is trying to ease fears in the euro zone and elsewhere with an austerity package, one intended to cut the deficit in half, to 2.7 percent of G.D.P., by 2012”.

Con la differenza -specifica il giornalista del NYT - che in Italia "saggiamente" si contraggono debiti con propri connazionali, non all’estero:

“But dig a little deeper and the similarities end. The Italians, unlike the Greeks, are born savers, and much of the Italian debt is owned by the Italians. That means that unlike Greece, which will be sending a sizable percentage of its G.D.P. to foreign creditors for a generation to come, Italy is basically in hock to its own citizens”.

Carlo Altomonte, economista alla Bocconi di Milano citato dal giornalista americano, punta su un altro aspetto: “Il problema italiano non è quello di avere molti debiti. Ma quello di avere un’economia che non cresce”.

Di recente l’Italia è stata descritta come modello anti-crisi, simbolo di un equilibrio precario, determinato da un costante debito pubblico, che comunque mantiene a galla l’economia. A galla molti restano a fatica, crisi economica inclusa o esclusa. Luciano Barbera è in questi giorni a Milano per l’apertura del caso, in tribunale, relativo al fallimento del Lanificio Carlo Barbera. Tra debiti, prestiti e possibili fusioni, come spiegava lo scorso novembre in un articolo sul fatturato 2008 Fashion Magazine.it.

Il NYT: “Like Italy, Mr. Barbera has debt woes — he owes his creditors roughly $5.8 million and says that if his country’s financial system offered the protections of Chapter 11-style bankruptcy, he would have sought it several years ago. But he could also solve his debt problem if more orders were coming in”.

Se l’Italia applicasse il “capitolo 11”, dice nell'intervista Barbera che eppure vende agli stores Berney’s e Neiman Marcus e veste Angelina Jolie sul set del suo nuovo film “Salt” (vedi foto), avrebbe risolto i debiti già da anni. Capitolo 11? Riporto la definizione: "Quando un imprenditore negli Stati Uniti non è in grado di onorare i suoi debiti, quest'ultimo o i suoi creditori possono chiedere ad una corte federale la protezione prevista dal Chapter 7 o dal Chapter 11. Nel Chapter 11 l'imprenditore rimane solitamente in possesso di tutti i suoi beni ed è però sottoposto al controllo e alla giurisdizione della corte. Con l'ingresso nel Chapter 11 tutte le azioni dei creditori volte a pretendere il pagamento dei loro debiti sono automaticamente bloccate". Esattamente come nella legge fallimentare italiana, dicono.


Giovanna Boglietti

domenica 1 agosto 2010

Iran: parla al New York Times la "sosia" di Neda

Durante le proteste in Iran del giugno 2009 a un certo punto in rete iniziò a girare molto un video, fino a diventare il simbolo della protesta contro la violenza repressiva del regime di Ahmadinejad. Mostrava gli ultimi momenti di vita di una giovane donna colpita da un proiettile della polizia iraniana. La donna era stesa a terra, gli occhi ancora aperti e i fiotti di sangue che uscivano copiosi dal naso e dalla bocca. Tra gli uomini che cercarono di soccorrerla inutilmente ce n’era uno che urlava disperato il suo nome: Neda, Neda.

Appena il video fu diffuso su internet la stampa internazionale cercò di capire chi fosse quella donna, il cui nome era ormai urlato da tutti durante le proteste che continuavano per le strade della città. Il suo nome era Neda Agha-Soltan, aveva 26 anni e studiava alla Islamic Azad University di Teheran. La stessa università in cui un’altra Neda, Neda Soltani, lavorava come insegnante di inglese. La storia di Zahra Soltani, conosciuta da tutti come Neda Soltani, è la storia di una donna di 33 anni che per uno sfortunato caso di omonimia si è ritrovata simbolo involontario della protesta contro il regime di Ahmadinejad. E che per questo è stata costretta a fuggire dal proprio paese, lasciare la sua famiglia e il suo lavoro e vivere rifugiata in Germania. Il New York Times ne parla in un lungo articolo.

«Ero molto sorpresa», racconta «quando controllai la mia mail il 21 giugno trovai più di 60 richieste di amicizia su Facebook da persone di tutte il mondo». Nei giorni successivi il numero continuò a salire, Neda e sua madre non si rendevano conto finché non videro la sua foto in un servizio in televisione. Per tutto il mondo era lei la donna uccisa durante le proteste dal regime iraniano. Cercò di mettersi in contatto con i media per spiegare che c’era stato un errore, ma anche quando le foto della vera Neda iniziarono a circolare la sua foto continuava ad essere associata a quell’episodio. Il 24 giugno l’intelligence iraniana era già sulle sue tracce.

La polizia iraniana andò a prenderla a casa pochi giorni dopo per un primo interrogatorio. Le chiesero di dire davanti a una telecamera che era viva e che quel video era solo una montatura dei media occidentali. «Volevano usarmi per denunciare la morte di Neda, volevano sfruttare la mia visibilità in quel momento per dire al mondo che si trattava solo di una mezogna, che Neda era viva. Volevano anche che condannassi i cospiratori occidentali per quello che avevano cercato di fare». Al New York Times ha raccontato che alcuni degli uomini che l’hanno interrogata erano armati e che la minacciavano, «farai meglio a fare quello che ti chiediamo», le dicevano.

Alcuni giorni dopo tornarono di nuovo a prenderla a casa e di nuovo la interrogarono a lungo cercando di convincerla a confessare. «È molto comune che le autorità iraniane costringano qualcuno a fare una confessione falsa, per poi magari trasmetterla in tv o tenerla da parte come arma di ricatto», spiega. Il primo luglio la polizia la interrogò di nuovo: aveva saputo che si era rivolta ad alcune organizzazioni umanitarie internazionali per chiedere aiuto e l’accusava di essere una spia. Il giorno dopo decise di scappare.

«Avevo solo uno zaino, un computer e una borsetta», racconta. Rimase in Turchia per nove giorni, poi si spostò in Grecia e da lì in Germania, dove arrivò a metà luglio. Enrico Manthey, un portavoce dell’ufficio immigrazione tedesco ha detto che le autorità si convinsero subito della sua storia: il racconto di come venivano condotti gli interrogatori corrispondeva a molti altri racconti di persone che a loro volta erano state interrogate dalle autorità iraniane.

Ora Neda Soltani vive in un paese vicino a Francoforte -- di cui preferisce non dire il nome -- è disoccupata e dice di sentire molto la sua mancanza del suo lavoro e della sua famiglia. Prima di quel giorno, non aveva mai pensato di lasciare l’Iran. «Soffro molto di nostalgia, la mia vita mi piaceva prima che iniziasse quest’incubo». Tutt’oggi la sua foto continua ad apparire associata alla storia di Neda Soltan, la ragazza di 26 anni uccisa mentre manifestava disarmata per le strade di Teheran.

(Il Post.it)


Il post di Fumerie d'ozio: Neda, nel giardino rosa delle martiri (giugno 2009).

venerdì 23 luglio 2010

Honduras: nuove minacce alla leader del Movimiento de Mujeres por la Paz

“Ahorita te caemos, vieja ignorante!!!”. Adesso ti facciamo fuori, vecchia stupida. La notizia dell’ultima minaccia a Gladys Lanza, leader del Movimiento de Mujeres por la Paz dell’Honduras, circola su siti e testate locali. Niente di così inquietante, per il resto del mondo; un po’ perché l’attivista e sindacalista da anni (e molto negli ultimi mesi) è nel mirino di anonimi oppositori o un po’ perché la sua campagna in favore dei diritti umani, e delle donne soprattutto, torna a pungere i progetti degli Stati Uniti?

La minaccia sta in una e-mail spedita il 17 luglio, poco prima delle undici di sera. Una e-mail piena di insulti e scritta in un linguaggio crudo, che accusa Gladys Lanza di rubare soldi da un’altra associazione non governativa e di aver mandato al massacro la gente nel corso delle guerriglie aperte dal Partido comunista de Padilla Fush.


A queste si aggiungerebbe un’altra colpa: la critica mediatica alla ripresa della militarizzazione dell’Honduras e dell’America latina. L’ultima solo quattro ore prima dell’invio della mail d’avvertimento, al programma radiofonico “Voices Against Forgetting”, sponsorizzato dal Cofadeh, Comité de Familiares de Detenidos Desaparecidos en Honduras.


Le minacce a Lanza, si legge nella lettera-resoconto di FrontLine (per la protezione dei difensori dei diritti umani) che invita gli internauti a diffondere la notizia, sono iniziate a seguito della lettera inviata dall’attivista al segretario di Stato americano Hillary Clinton, per chiedere di “rendere note le informazioni che riguardavano la violazione dei diritti umani in Honduras negli anni Ottanta, in particolare quelle su Billy Joya Amendola” (un agente della CIA che, in quegli anni, eseguì uccisioni e rapimenti degli oppositori al regime golpista e il cui nome rientra fra i ministri del neo presidente Roberto Micheletti). Proprio una foto di Amendola è stata inviata nella mail a Gladys Lanza in allegato con altre immagini; tra queste, quella di un funerale.


“L’associazione è nata proprio nel 1984 all’epoca della repressione feroce, quando l’Honduras era una piattaforma militare degli “yankee” contro le forze di sinistra del Salvador e del Nicaragua. In questo contesto, il Movimento ha saputo dare alle donne l’identità di sapersi difendere, di lottare per i loro diritti come persone e come esseri umani, per poi identificare la donna degna, la donna coraggiosa, la donna esigente come una donna “chona” (chona è un diminutivo del nome della fondatrice Visitación Padilla)”, racconta Gladys Lanza in una intervista alla giornalista Ida Garberi.


Aggiunge che "dopo il golpe di stato, il Movimento si é integrato al Fronte Nazionale di Resistenza Popolare e ha visto il suo lavoro di denuncia moltiplicarsi, infatti oltre alle infamie delle violenze domestiche e contro le donne, adesso gli abusi sono aumentati da parte delle forze dell’ordine e tutti rimangono impuniti".


Appena il 14 luglio scorso, le donne di Lanza hanno contestato l’incremento della presenza militare statunitense nel paese e l’istallazione di due nuove basi nei Caraibi. In aprile di quest’anno infatti Washington e Tegucigalpa hanno inaugurato una base nel dipartimento di Gracias a Dios, al confine con il Nicaragua, nella quale il governo statunitense ha investito due milioni di dollari. L’istituzione è coordinata dalla forza navale di Honduras, ma è sotto il controllo del Comando sud dell’esercito statunitense. Un'altra base simile sarà costruita sull’isola della Guanaja, sempre nei Caraibi honduregni.


Riporta il Granma Internacional di Cuba: “Sono ovvie le intenzioni di Washington di continuare ad estendere il proprio raggio di azione e dimostrare dal nostro territorio la sua egemonia per eseguire una guerra che le persone non vogliono”, ha avvertito il Movimento di Donne per la Pace Visitación Padilla. Secondo un comunicato dell’organizzazione, il colpo di Stato dello scorso anno è stato parte della strategia yankee per aprire il cammino al Pentagono e istallare nuove basi belliche nel paese.


Come per Cuba, Gladys Lanza sostiene: “Siamo fedeli all’insegnamento di Fidel Castro, che cinquant’anni anni fa ha detto che ci hanno sposato con la bugia e ci hanno obbligato a vivere con lei”.


Dal 24 luglio 2009, dopo attacchi alla sua persona (come la casa distrutta o il carcere per lei altri sindacalisti) e ai danni delle sue collaboratrici (minacce, telefonate, pedinamenti, arresti ingiustificati), la Commissione della piattaforma dei diritti umani ha riconosciuto la necessità di offrire a Gladys Lanza protezione. Ma niente è stato fatto, finora.



Giovanna Boglietti

giovedì 22 luglio 2010

Il premio Nobel a Genova per la Settimana dei Diritti parla del suo Paese, ma attacca tutto il mondo sulla condizione femminile. Le donne sono discriminate praticamente ovunque

Shrin Ebadi: "La democrazia in Iran ci sarà, ma non si sa ancora quando e a che prezzo"

In Iran una donna vale la metà di un uomo, eppure il 65% degli iscritti alle università è costituito da ragazze. È il paradosso di un Paese dove le adultere sono lapidate, ma dove il diritto di voto fu esteso alle donne nel 1960, prima che in Svizzera, e dove ancora oggi, sotto il regime ultraconservatore di Mahmud Ahmadinejad, il gentil sesso conta un ministro della salute e 15 deputate su 290.

Nel 2003 Shirin Ebadi è stata la prima donna musulmana, nonché iraniana, ad aver ricevuto il premio Nobel per la Pace. Il 21 luglio di quest'anno è stata presente alla manifestazione 'Genova Città dei Diritti
', durante la quale il sindaco del capoluogo ligure Marta Vincenzi le ha conferito la cittadinanza onoraria. In occasione di questa giornata è stata dedicata una piazza alle donne di Teheran e si è tenuto un incontro pubblico a palazzo Tursi, dove Shirin Ebadi è stata intervistata da Barbara Schiavulli, Ilaria Cavo e Jennifer Clark.

In Iran le donne di una certa età ricordano ancora oggi le libertà di cui godevano prima del regime khomeinista. “Dopo la rivoluzione del 1979 – racconta il Nobel – le leggi non sono state più in linea con la posizione culturale avanzata delle iraniane. In caso di risarcimento la vita di una donna vale il 50% rispetto a quella di un uomo, e così pure la sua testimonianza in tribunale. Per fare qualsiasi lavoro o un viaggio occorre il permesso del marito, che può avere fino a quattro mogli e ripudiarle senza motivo, mentre per una donna ottenere il divorzio è praticamente impossibile”.

Secondo Shirin Ebadi il Corano, correttamente interpretato, non è inconciliabile con la libertà, la pace e il rispetto dei diritti umani. E ricorda che le discriminazioni contro le donne avvengono in tutto il mondo: “In Somalia e in Sudan si pratica la mutilazione genitale anche in famiglie di religione cristiana. In India molte donne si suicidano perché non hanno la dote per sposarsi, mentre in Cina, nonostante il governo vieti l'ecografia per sapere il sesso del nascituro, si praticano aborti selettivi delle femmine. Per non parlare dell'Afghanistan, dove nonostante le quote rosa previste dalla nuova Costituzione non è cambiato nulla e le scuole femminili vengono incendiate. La radice è in una cultura patriarcale che non accetta l'uguaglianza tra le persone, e in cui gli uomini pensano di essere padroni delle donne. Anche in Europa sono le ultime a beneficiare della democrazia, quelle ministro o con incarichi politici sono poche.
Quando mai, in Italia, c'è stato un presidente della Repubblica o del Consiglio donna?”.

Per un futuro diverso in Iran, Shirin Ebadi nutre fiducia nella sua gente: “La cultura per cambiare le cose c'è, ma il regime non ascolta. Il movimento per l'uguaglianza è molto forte, ha sede nelle case di chi ci crede. La democrazia ci sarà, ma non si sa ancora quando e a che prezzo. Su questo influiscono molti fattori, come il rapporto coi Paesi confinanti e con gli Stati Uniti. Mi aspetto la solidarietà dai popoli, non dai governi”. Anche Internet ha la sua importanza: “Ha aiutato gli iraniani ad aggirare la censura, e tutto quello che accade in Iran, cinque minuti dopo, si vede sul computer”.

Il Nobel critica le ultime sanzioni economiche firmate dal presidente Obama: “Non sono d'accordo, perché sono a beneficio del loro Paese, mentre per gli iraniani è peggio: il regime, con la scusa della sicurezza, aumenta l'oppressione e il nazionalismo del popolo che si sente attaccato. Le sanzioni approvate nella quarta risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'Onu, invece, riguardano le armi e colpiscono i militari, non la gente”.

Riguardo all'Iran, si parla molto di nucleare e poco di diritti umani. Shirin Ebadi lancia una provocazione: “Ogni volta che sentiamo i notiziari ci fanno vedere la faccia di Ahmadinejad, ma in Iran vivono 70 milioni di persone. In Italia Berlusconi rappresenta forse tutta la comunità? Un presidente e qualche ministro non costituiscono la civiltà di un Paese”.



(Nicola Ganci, mixamag.it)

lunedì 19 luglio 2010

Scomparsa la vedova di Aldo Moro

E' morta Eleonora Moro, la vedova di Aldo Moro, lo statista democristiano ucciso dalle Brigate rosse.
Aveva quasi 95 anni. I funerali si svolgeranno oggi pomeriggio Torrita Tiberina, il paese dove è sepolto l'ex leader democristiano. Sarà sepolta accanto al marito. La donna è mancata nella sua abitazione romana, chiudendo una storia poco conosciuta ma profondamente intensa tra i due.

Dopo l'agguato che provocò l'uccisione degli uomini della scorta il 16 marzo 1978, la signora Moro, riservata e decisa, per salvare la vita del marito cominciò a bussare a tutte le porte, senza mai arrendersi.

La sua composta fermezza convinse perfino il pontefice Paolo VI, che scrisse una lettera toccante "agli uomini delle Brigate rosse". Uno spiraglio di speranza la signora Moro credette di trovarlo anche nella posizione del leader socialista Bettino Craxi, che voleva percorrere una via della trattativa.

Quando però il 9 maggio del 1978, dopo 55 giorni di prigionia, Aldo Moro venne trovato morto in via Caetani, la vedova iniziò una dura protesta contro i sostenitori della "linea della fermezza" nelle trattative con i terroristi, in particolare il segretario della Dc Benigno Zaccagnini, l'allora presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, e il ministro dell'Interno, Francesco Cossiga. Per protesta partecipò ai funerali degli uomini della scorta, trucidati nel blitz delle Brigate rosse in via Fani, ma rifiutò quelli di Stato per il marito.

Eleonora Chiavarelli aveva sposato lo statista nel 1945 e ha avuto con lui quattro figli: Maria Fida, Agnese, Anna e Giovanni. A lei il presidente della Democrazia cristiana aveva indirizzato alcune delle 86 lettere inviate dal carcere delle Brigate rosse. In una scriveva: "Ti abbraccio forte, Noretta mia, morirei felice se avessi il segno della vostra presenza, sono certo che esiste, ma come sarebbe bello vederla". Le Brigate rosse non hanno però mai consegnato questa lettera, ritrovata solo anni dopo che Moro era stato ucciso.

Banlieue? Un sobborgo tranquillo


Angélique, nata il 31 dicembre 1991, è la più piccola di quattro figli. Genitori portoghesi, è una delle ragazze delle banlieues di Athis Mons, vasta area periferica di Parigi che comprende tre cité che in questi anni hanno accolto un numero sempre maggiore di immigrati, poco integrati e spesso nullatenenti, e che pullulano di criminalità più o meno organizzata. Teatri di vere guerriglie fra bande e police, come è accaduto di recente addirittura a Grenoble.


Angélique parla al quotidiano Libération, che sul suo sito ha organizzato un reportage dalla fine infografica intitolato “Les yeux dans la banlieue”, occhi puntati sulla periferia. Angélique dice di non essere scontenta della sua nazionalità francese, ma sottolinea categorica che le sue radici restano quelle portoghesi. Vive nella periferia parigina, “se si chiama banlieue, allora chiamiamola banlieue”. La sua passione è il calcio e la squadra in cui gioca con le sue amiche, copines. Alla domanda spinosa sull’esistenza delle “racaille” taglia corto: “Racaille non si sa cosa voglia dire. Non esiste nemmeno nel vocabolario. Vorrei cambiare presidente”. Non stupisce, dal momento che, anni fa, è stato lo stesso Sarkozy, allora ministro degli Interni, a coniare il termine “racaille”, una metafora per alludere ai giovani in rivolta nelle periferie metropolitane. Racaille come “feccia di dannati” ricalca lo slang di strada e corrisponde a “caillera”.


Angélique vede una Francia che si dice laica ma che non ammette immigrati, anche chi come lei vorrebbe specializzarsi all’università con un master e trovare un lavoro e un marito.


Ramalta, 15 settembre 1991, lavora in una scuola materna. Il calcio è la grande distrazione della sua cité. Non sa definire cosa sia la Francia: “è nera, è araba, è il senza colore”. Anche se vive in Francia, lei porta dentro le tradizioni e la cultura d’origine delle isole Comore. Ha due paesi, sa di essere francese ma il cuore è altrove. Non si vede sposata in futuro, ma con quattro bambini sicuramente. E con un buon lavoro.


Il calcio è tutto il mondo di Tarah, classe 1993. Risponde convinta: “Racaille, gente da galera che passa la giornata a disturbare gli altri, invece di lavorare e fa cose cattive”. Tarah vive nella banlieue della capitale, “un posto tranquillo, pieno di vecchi e cani, dove passo il tempo a rincorrere la palla. Non vado a scuola perché è dura, non lavoro e penso solo a uscire, uscire. Mia madre si occupa di me, mio padre fa la spola fra Haiti e la Francia, per i soldi ci penserò, non ho molto da chiedere, prendo quel che i miei mi danno. Andrò negli Stati Uniti da amici, in Francia non ci resterò, è morta”.


Angélique, Tarah e Ramalta sono le tre “filles de cité” protagoniste di un web-documentario girato da Djoudi Lamamra, da 19 anni responsabile del Football Club d’Athis-Mons, per parlare di giovani calciatori (maschi e femmine) delle banlieues non solo come disadattati ma come semplici sportivi, pieni di vitalità e capaci di sorridere. Il documentario spicca tra le notizie recenti del sito del Comune di Athis-Mons e s’intitola proprio “Les yeux dans la banlieue”.


Eppure molti giornali raccontano di ragazze vittime e prodotti delle periferie degradate. Nel febbraio di quest'anno, nella piccola Grenoble - mesi prima delle ultime rivolte - tre minorenni chiedevano 2mila euro a un coetaneo in cambio di foto compromettenti, unendo al ricatto botte e torture (leggi l'articolo).



Da tempo l’associazione “Ni putes, ni sousmises” (Né puttane, né sottomesse), presieduta da Fadela Amara (vai al sito e al libro), combatte la discriminazione di genere. Soprattutto l’abuso di potere nelle periferie:

La dérive des banlieues a commencé il y a une quinzaine d’années, avec le chômage de masse qui a touché de plein fouet les immigrés. Nombre de pères se sont retrouvés sans emploi. Ces pères, qui arbitraient les conflits entre frères et soeurs, et donnaient aussi les règles de vie de la communauté, ont été alors ébranlés dans leur position et dépossédés de leur autorité. Toutes leurs prérogatives sont, de fait, passées aux fils aînés. Les fils ont eu la responsabilité d’inculquer les valeurs familiales aux filles. Leur mission était claire : protéger la soeur des prédateurs, la préserver vierge jusqu’au marriage. Peu à peu, la vigilance des frères a tourné à l’oppression.


Divieto di uscire. Divieto di studiare. Matrimoni forzati. Controlli estesi. Nel vandalismo, le donne devono difendere la loro libertà. Questo ha scritto nel 2008 Renata Caragliano su Repubblica.it:


Nei quartieri periferici, già così segnati da una cultura patriarcale e monoreddito, questo comporta una perdita di autorità dei capifamiglia che vengono sostituiti dai figli maschi maggiori. I giovani hanno un solo valore, il denaro, e un solo modo di esistere, il rapporto di forza, la violenza. L' emarginazione e la mancanza di ruoli sociali fanno il resto alimentando solo rancore nei confronti di tutti, all' interno del quartiere e al di fuori. "Questi giovani non nascono lupi, lo diventano. La delinquenza non è inscritta nei geni, ma trae profitto dalla povertà e dalla sofferenza delle persone", scrive l' autrice che sembra mettere in guardia da pericoli che non investono solo le comunità straniere. "Né puttane né sottomesse" pubblicato in Francia ha venduto oltre 50 mila copie ed è stato tradotto dalla casa editrice indipendente napoletana NonSoloParole. L' autrice ha presentato le linee portanti del progetto Espoir banlieue (Speranza per la periferia) per la "de-ghettizzazione" delle banlieues.


Era un anno fa. L’attività dell’associazione di Fadela Amara continua. E così la tensione fuori e dentro le periferie.


Giovanna Boglietti




(foto di Amandine Petit)