mercoledì 10 novembre 2010

Germania: si litiga sul femminismo. Tra donne.

Le femministe tedesche insorgono: sarebbe naturale individuare l’oggetto della loro indignazione nell’ennesima discriminazione di carattere sessuale, dove il potere patriarcale ha avuto la meglio su competenze e merito, e invece a suscitare le ire delle agguerrite donne è un altra donna, la ministra della famiglia Kristina Schröder, che in una recente intervista al Der Spiegel ha duramente criticato l’ultimo libro della storica femminista Alice Schwarzer, dal titolo “La piccola differenza e le sue grandi conseguenze”.

La Schröder ha contestato alla Schwarzer che il rifiuto della relazione tra uomo e donna non rappresenta la soluzione all’ineguaglianza fra i sessi e soprattutto che sia sbagliato sostenere che “il rapporto eterosessuale sarebbe difficilmente possibile senza soggiogare la donna”. Non contenta, o forse non consapevole delle reazioni che avrebbe suscitato, la Schröder ha continuato: “E’ assurdo parlare di soggiogare quando si tratta di qualcosa di essenziale per la sopravvivenza dell’umanità – e ancora – il femminismo ha almeno in parte sottovalutato che la coppia e i figli portano felicità”.

Ma potevano bastare queste affermazioni per suscitare le ire funeste femministe? Probabilmente, dalla saggezza dei suoi 33 anni con cui si è aggiudicata il titolo di ministra più giovane, la politica cristiano-democratica voluta da Angela Merkel al dicastero della famiglia pensava di no ed è allora che ha sganciato la bomba mediatica, sostenendo che spesso è colpa delle donne se non guadagnano quanto gli uomini: “Molte donne preferiscono studiare la filologia tedesca, mentre gli uomini studiano ingegneria elettrica: questo ha conseguenze sui salari, non possiamo vietare alle imprese di pagare di più un ingegnere elettrico di una filologa”. Affermazione che voleva essere solo una premessa per introdurre l’intento del suo ministero di aiutare i ragazzi (maschi) finora trascurati e che ottengono risultati scolastici mediamente peggiori rispetto alle ragazze (femmine).

Le repliche ovviamente non si sono fatte attendere, tanto che in una lettera allo Spiegel la Schwarzer si è dichiarata oltraggiata e indignata dalle parole della ministra e che capisce come mai, dopo un anno di mandato, la Schröder non abbia fatto nulla per le famiglie: “la ministra è un caso senza speranza, semplicemente non qualificata. Qualsiasi sia il motivo che la cancelliera può aver avuto per nominare lei, questo non può essere stato la competenza e l’empatia verso le donne”.

Non solo la Schwarzer accusa la ministra di non ave letto nulla di femminismo e di non aver capito i cambiamenti del movimento, che dal 1975 ad oggi è stato soggetto di una costante evoluzione, ma anche di aver semplicisticamente applicato dei “cliché a buon mercato per il movimento sociale di maggiore impatto del Ventesimo Secolo”. L’irata femminista ha aggiunto che una ministra che “riproduce nient’altro che stereotipi” non può funzionare e paragonandola a coloro che “semplicemente non sono in grado di passare per il femminismo, come le ex dittature militari dell’Europa dell’Est o i Paesi musulmani”.

Il panorama politico tedesco non è stato da meno: la leader verde Renate Künast ha definito le parole della Schröder come “crude e antiquate”, mentre Katja Kipping, leader del partito di sinistra Linke, ha affermato che la giovane ministra non sa nulla di femminismo, poiché il problema non è “odiare l’uomo, ma combattere le strutture patriarcali”.

In un paese come la Germania che vanta una cancelliera donna, la Merkel, e che ha un alto numero di quote rosa nell’attuale governo, è impensabile che il femminismo rappresenti un movimento sconosciuto e combattuto come la ministra della famiglia ha fatto, dimenticando forse le difficoltà che negli altri paesi europei, e non solo, affrontano le donne per ottenere il riconoscimento dei propri diritti. Non c’è da stupirsi se poi in Italia, stato ancora fortemente patriarcale, i sondaggi Istat confermino le donne come ‘angeli del focolare. Stupirsi purtroppo no, ma forse indignarsi si.



(da Blitzquotidiano)

sabato 30 ottobre 2010

Tanti "amano le donne"

"Viene il sospetto che la principale ragione per salire su un palco con un megafono in mano sia il narcisismo. La classe politica non viene da Marte, è il ritratto dell’Italia, i politici siamo noi".


(Paolo Villaggio, Storia della libertà di pensiero)

Uomini indignati dalla frase che rimbalza su giornali, televisioni e internet. Post accesi sui social network. Ma ci avete mai pensato? Il 90 per cento gli uomini nella sua vita quotidiana si giustifica così. Dicendo a occhi sgranati: "Cosa posso farci se io amo le donne? Tutte!": le donne non si "amano", cari italiani, si rispettano. Lasciate l'Amore alle donne.

giovedì 14 ottobre 2010

Saudiwoman: oltre il velo. Quello del silenzio.

Saudiwoman’s Weblog. Dietro a questo diario interattivo scrive Eman, una donna saudita che affida alla rete racconti e descrizioni sulla sua vita di moglie e madre in un Paese che non riconosce la dignità di essere femmina.

Eman, dicono in molti, è una delle migliaia di donne che hanno invaso internet per denunciare al mondo le restrizioni imposte dallo Stato più conservatore al momento esistente, l’Arabia Saudita. Il blog registra 500 visitatori al giorno: Eman ha studiato negli Stati Uniti e una volta tornata a casa ha voluto affrontare gli “stereotipi” che vincolano le donne arabe.

Scriveva di lei, pochi mesi fa, Francesca Caferri per Repubblica.it (leggi l’articolo): "Apartheid di genere", "stato di schiavitù", lo definiscono in privato molte donne saudite: un muro che per decenni ha dominato incontrastato ma sul quale Internet e delle nuove tecnologie stanno aprendo crepe importanti.

Donne che possono uscire se accompagnate, donne alle quali non è permesso guidare, donne che indossano i veli integrali perché così preferiscono i loro mariti, ma donne che scioperano per lo shopping di lingerie contro i commessi uomini e che – in poche forse – cercano di frenare il fenomeno delle spose bambine. Lo si legge proprio nell’ultimo post del blog di Eman, datato 9 ottobre 2010: I’ve been wanting to write this post all day but I just couldn’t get myself to do it”.

All’inizio anche per Eman è stata la resa. Non riusciva a scrivere delle spose bambine, e per farlo doveva preparare se stessa, passare dentro al dispiacere, andare oltre il suo ruolo di spettatrice impotente. Lei, 34 anni, madre di 3 figli.

La storia che Eman racconta è quella di una bambina di 13 anni di Najran “venduta” – sottolinea – ad un uomo di 50. Tutta la famiglia era contraria, ma niente ha smosso il padre nella sua decisione: una figlia per una macchina nuova. Questo il segreto dello scambio. La storia “finalmente” viene riportata dalla stampa saudita: il matrimonio s’è consumato soltanto dopo due mesi e mezzo e per intervento della madre dello sposo che “vedeva la moglie così fragile, che non sapeva come comportarsi con lei” e che si è preparato due settimane prima per trovare il coraggio di fare sesso.

Scrive sul suo blog Eman: Since reforms have started the only thing that has been implemented is that women can book into a hotel without a male guardian’s permission. A small step but now the time is ripe for criminalizing wedlock pedophilia. And don’t give me that line that the prophet PBUH married Aisha when she was 9 years old. That’s disputed and historians have shown that she was actually 19”.

I tempi sono maturi per includere fra I crimini la pedofilia. E non si dica che Maometto sposò Aisha quando lei aveva 9 anni, perché – precisa Eman – è stato dimostrato che ne aveva 19.

Conclude la blogger: Women are still considered legally minors no matter how old they are, banned from driving, and at the mercy of their guardians when it comes to education, work, marriage, divorce and child custody. We need laws to instate our rights as human beings and protect our daughters from these horrors”.

Le donne sono considerate legalmente minori, non importa quanti anni abbiano, bandite dalla guida, in preda ai tutori quanto a educazione, lavoro, matrimonio, divorzio e custodia dei figli. C'è bisogno di leggi per istituire i nostri diritti di esseri umani e proteggere le figlie da questi orrori.



Giovanna Boglietti

martedì 5 ottobre 2010

Izzat: donne e onore

Bouchra è morta per non indossare il velo, Darin Omar perché lavorava in uno «scandaloso» call-center, Amal voleva andare dal parrucchiere e l’ha pagato con la vita. Dietro al nome tristemente noto ai media della pakistana Hina Salem, decapitata dal padre perché disonorata dal fidanzato italiano, c’è una lunga lista di giovani donne sconosciute che assaggiano sulla propria pelle lo scollamento tra la cultura d’origine e quella d’adozione.
«Le famiglie immigrate sperimentano in Italia un’identità dislocata, in patria godono del prestigio di chi lavora all’estero mentre qui non contano quasi niente», osserva Maurizio Ambrosini, docente di sociologia dell’immigrazione all’università di Milano. Capita che la rispettabilità sociale valga bene una figlia: «Le buone alleanze matrimoniali rafforzano il prestigio familiare ed è ovvio che questo cozzi con la realtà delle seconde generazioni cresciute lontanissime dagli antichi usi. Qualche volta, per fortuna assai meno di quanto si pensi, un normale conflitto tra padri e figli sfocia in episodi come quello di Novi».
I dati sul nostro paese parlano di duemila spose bambine l’anno ma l’iceberg sta emergendo, conferma il demografo Alessandro Rasina: «Vedremo un aumento esponenziale della tensione, seppur non matematicamente destinata a esiti tragici. Come se non bastassero le seconde generazioni che hanno oggi 16, 17 anni, gli immigrati fanno molti figli e in breve tempo i giovani saranno assai più del 20% attuale della popolazione straniera».
Il matrimonio è inevitabilmente la linea del fronte, rito di passaggio per il mondo adulto da cui dipende l’identità etnica assai più di quella individuale. Soprattutto per alcune culture.
«In Pakistan tutta la società gira intorno all’izzat, che in urdu vuol dire onore, e la donna ne è lo scrigno», spiega il giornalista e mediatore culturale pakistano Ahmed Ejaz. Tradotto nella vita quotidiana singifica unioni forzate e padri-padroni. Ma non è una prerogativa delle comunità musulmane: «Il problema riguarda tutto il subcontinente indiano, Pakistan, India, Bangladesh. Vale a dire oltre 300 mila persone che quando aprono la porta di casa entrano in Asia e quando se la chiudono alle spalle sono qui in Italia».
Ci sono le vittime e i salvati. Ma quanti sono i sommersi? Secondo il ventisettenne marocchino Khalid Chaouki, responsabile della seconda generazione dei giovani del Pd e direttore del sito Minareti.it, sono parecchi: «Tra noi si discute molto di matrimoni forzati, Facebook aiuta e garantisce la privacy. L’Italia si prepari a sentirne parlare sempre più spesso ma non necessariamente quando è troppo tardi: le giovani donne immigrate sono battagliere».

sabato 2 ottobre 2010

Poligamia? Meglio poliginia.

“Comment nous nous sommes fait piéger”. Il settimanale di attualità francese Le Point ammette la leggerezza con riserva: tre dei suoi giornalisti sono sì caduti in trappola, ma con professionalità. In Francia, la notizia fa sorridere e pensare, tanto da essere ripresa da molti altri giornali, uno per tutti Libération. Le Point ha intervistato la moglie di un poligamo, promettendo ai lettori in copertina “tutto ciò che non si osa dire”. Ma ha osato troppo: la donna non esiste, la famiglia in questione neppure.
Se i giornalisti avessero incontrato la signora Bintou avrebbero scoperto che in realtà altro non era che Abdel, un ragazzo di 23 anni membro del collettivo AC le feu, nato dopo le rivolte del 2005: “Stanco di tutti i clichés sulle banlieue veicolati dai media” – scrive Libération – “Il ragazzo ne ha voluto testare l’affidabilità e i metodi di lavoro”. A farne le spese il team di professionisti, che avevano chiesto a Bintou un’intervista di persona, ma dopo vari rifiuti si sono lasciati convincere e hanno fatto tutto per telefono. Nessuna verifica, convinti della buona fede di una intermediaria di fama, Sonia Imloul, membro del Consiglio economico e sociale per l’Institut Montaigne che appena un anno fa ha presentato un rapporto sulla poligamia in Francia.
Al di là della dimostrazione “politicamente mirata” (il bersaglio è il giornalista Jean-Michel Décugis, autore del libro “Paroles de banlieues”?), è proprio l’idea di clichés diffusi Oltralpe su poligamia e banlieue (Corriere della Sera, 2005) o velo e integrazione ciò che emerge ancora una volta nella Francia di Sarkozy, sempre tesa.
Quali clichés? La signora Bintou diceva di non poter lasciare il marito poligamo, di non avere un lavoro, una casa, una famiglia vera. E che il figlio immaginario Samba pativa la situazione, andava male a scuola, le portava dei soldi frutto sicuramente di un furto. Del padre non c’era niente da aggiungere: “Le père, encore une fois, n’était pas là, se désole l’article” (Libération).
La Francia da sempre lotta contro la poligamia, come ha fatto con altrettanta insistenza contro il velo. Dal rapporto di Sonia Imloul emerge che sono poche le notizie sulla poligamia. Il ricongiungimento delle mogli dei poligami fu autorizzato dal Consiglio di stato francese nel 1980 in nome del multiculturalismo per poi essere definitivamente vietato con legge solo nel 1993. Un rapporto della commissione dei diritti dell'uomo stima il numero di famiglie poligame tra 16.000 e 20.000 per un totale di 200.000 persone. Non esistono però statistiche complete e precise sul numero di famiglie poligame in Francia, sulle loro condizioni economiche, pur essendo indispensabili per la gestione dei sussidi alle famiglie (basta pensare a un padre con 40 figli da mandare a scuola e che chiede una sola casa con 15 camere da letto).
E nel nostro Paese? Si legge che su oltre un milione di musulmani residenti in Italia circa 15 mila sono poligami. In Francia e in Germania le cifre sono superiori, arrivando a toccare i 100 mila casi nella terra di Voltaire e i 60 mila in quella di Goethe. In particolare quella francese, coi suoi 5 milioni, è la comunità islamica più vasta d'Europa.
Ad oggi la poligamia in Italia è punita dall'articolo 556 del Codice penale. E anche in alcuni Paesi musulmani la poliginia è oramai proibita. segnatamente nelle laiche Turchia e Tunisia e, più recentemente, anche in Marocco, con l'introduzione del nuovo Codice familiare, la "Moudawana". E c’è di più: è possibile che in Italia si possa diventare poligami più facilmente che in Marocco o in Turchia. Ci sono tre modi: o si sposa in patria la prima moglie e si sposa la seconda all'estero, nella propria ambasciata, senza denunciare il primo matrimonio, o ci si fa raggiungere dalla prima moglie con il ricongiungimento familiare, oppure si sposa la seconda moglie in moschea con il "matrimonio a tempo" Orfi non riconosciuto dallo Stato.
Anche se un caso particolare c’è stato: nel 2003 il tribunale di Bologna ha assolto un poligamo islamico ritenendo che la legge punisca quel reato (bigamia in questo caso) solo se compiuto sul territorio nazionale. Ecco spiegata la facilità di aggirare la questione in Occidente.
In Francia il dibattito, dopo il colpo all’inchiesta di Le Point, promette scintille. Tanto più che nel giugno scorso il capogruppo dell’Unione di centro al Senato, Nicolas About, ha presentato una proposta di legge per istituire un “reato di poligamia, di istigazione alla poligamia e, con circostanza aggravante, di frode alla previdenza sociale” (Il Manifesto).
Il dibattito si solleva parlando di libertà religiosa, l'islamica ammette questa usanza, e rispetto della legge. Va ricordato, per trovare risposta, che poligamia di per sé è un termine sbagliato. Si dovrebbe parlare sempre di poliginia: il matrimonio con più donne. Monopolio degli uomini, raro sfizio femminile. Condanna certa in alcuni Paesi, come le cronache – non tradite, purtroppo – raccontano.

giovedì 30 settembre 2010

Iran: Sakineh & co.

Carcere, torture e calunnie contro la rete delle attiviste iraniane

Shahrzad Kariman è riuscita finalmente a vedere sua figlia Shiva Nazar Ahari per pochi minuti nel Tribunale di Teheran dove la 26enne attivista dei diritti umani era stata condotta per essere processata. “L’abbiamo appena vista”, ha detto Kariman. “Solo il tempo di abbracciarla. Ma non abbiamo nemmeno potuto chiederle come era andato il processo”.
I capi d’imputazione sono gravissimi per l’Iran: muharebeh (guerra contro Dio). In teoria un reato punibile con la pena capitale, mai contestato prima ai dissidenti politici. Ma l’accusa forse più grave – negata sia dalla sua famiglia che dalla sua organizzazione – è quella di collusione con il gruppo Mujaheddin-e Khalq ritenuto dal regime un’organizzazione terroristica.
Secondo la sua famiglia Shiva Nazar Ahari condanna questo gruppo e il terrorismo. Arrestata due volte dopo le elezioni del giugno 2009 e detenuta nella famigerata prigione di Evin, Nazar Ahari, dal dicembre scorso non ha potuto comunicare con l’esterno.I loro volti visti da mezzo mondo.
Assieme a lei è stata arrestata Mahboubeh Abbasgholizadeh, attivista e cineasta che successivamente è riuscita a lasciare il Paese ed è stata condannata in contumacia a due anni e mezzo di reclusione. Nei 15 mesi trascorsi dalle elezioni-truffa, i volti di queste e di altre donne sono stati visti in tutto il mondo. Accanto ai loro ci sono i volti delle donne morte, come Neda Agha-Soltan, assassinata il 20 giugno 2009 durante una manifestazione di protesta. Oltre alle attiviste, altre donne iraniane sono diventate tristemente famose perché minacciate di essere giustiziate. Emblematico il caso di Sakineh Ashtiani, la 43enne madre di due figli condannata alla lapidazione per adulterio. È semplice la ragione per cui c’è uno stretto legame tra le donne che si battono per i diritti e Sakineh Ashtiani. Le loro storie riflettono aspetti diversi della tragedia iraniana: il ruolo delle donne e la reazione del regime pronto ad accusarle dei reati più inverosimili e a processarle senza garanzie.
Una cosa è certa: il Movimento Verde nato sull’onda delle elezioni del 2009 ha messo al centro della sua protesta i diritti delle donne. La dottoressa Ziba Mir-Hosseini, un’attivista che vive e insegna a Cambridge, sostiene che, considerata la storia dei diritti delle donne in Iran, era inevitabile che le donne fossero in prima linea nella lotta tra “dispotismo e democrazia. È una tensione esacerbata dal contraddittorio atteggiamento della Rivoluzione islamica del 1979 nei confronti dei diritti politici delle donne. Le leggi sulla parità di diritti in seno alla famiglia e in materia di divorzio introdotte dallo scià, furono abrogate dopo la sua caduta. La Rivoluzione islamica permise alle donne di continuare a votare, ma gradualmente tolse loro diritti con il pretesto di difendere il loro onore’”.
“Mohammad Khatami durante gli 8 anni di presidenza e di governo riformista istituì un ‘Centro per la partecipazione femminile’ grazie al quale il numero delle Ong femminili passò in Iran da 45 a oltre 500”, aggiunge Ziba Mir-Hoseini. “E si andò affermando nelle giovani generazioni il femminismo, parola che nei primi anni ’80 non poteva essere nemmeno bisbigliata.
Nel 2006, un anno dopo l’elezione di Ahmadinejad, sebbene la campagna tutta al femminile “Un milione di firme” fosse riuscita a bloccare temporaneamente la riforma del diritto di famiglia voluta dal nuovo presidente che avrebbe reso la poligamia più facile per gli uomini e il divorzio più difficile per le donne, il ruolo sempre più attivo delle donne nelle manifestazioni di protesta finì per mettere le attiviste in rotta di collisione con i falchi del governo.“Le donne erano in prima fila ed è anche per questo che tra i principali obiettivi del governo c’è l’attacco ai diritti delle donne”, dice Maryam Namazie dell’organizzazione ‘Solidarietà con l’Iran’.Ma, con l’eccezione del premio Nobel Shirin Ebadi, l’attivismo delle donne in Iran era praticamente ignorato dagli organi di informazione internazionali prima del 2009.
Poi c’è stato il cosiddetto “effetto Neda” e il mondo ha cominciato a occuparsi delle donne che in Iran si battono per la democrazia.Un ultimo elemento è la condanna a morte per lapidazione di Sakineh. La vicenda ha dimostrato al mondo quanto le attiviste iraniane andavano dicendo da tempo, vale a dire che era in atto il tentativo di azzerare completamente i diritti delle donne. Arrestata a luglio 2009 mentre stava andando all’Università di Teheran, Shadi Sadr, avvocato, è stata rinchiusa nel carcere di Evin in isolamento e interrogata sulle attività dei movimenti femminili e sulle elezioni per poi essere incriminata di attentato alla sicurezza nazionale. Due giorni dopo l’inizio del processo Shadi Sadr è fuggita in Turchia. Parlando dei suoi tentativi di difendere Nazar Ahari, Shadi Sadr dice: “Non mi è mai stato permesso di vedere Shiva. Poi sono stata arrestata e, per ironia del destino, sono finita nella stessa cella dove era stata rinchiusa. Sul muro della cella c’erano ancora i messaggi scritti di suo pugno. Un avvocato e la sua cliente nella stessa cella. Una cosa impensabile. Non mi era stato permesso di ascoltare cosa aveva da dire, ma l’ho letto sul muro della cella.
L’arresto di Shiva e in particolare l’accusa di muharebeh, sono un messaggio chiaro alle attiviste: smettetela se non volete essere uccise”.Le vicende di Shadi Sadr, Shiva Nazar Ahari e Mahboubeh Abbasgholizadeh sono quanto mai istruttive. I loro casi sono stati utilizzati come pretesto per smantellare il movimento dei diritti delle donne e per ridurre al silenzio le donne agitando la questione della sicurezza nazionale.
Il regime ha parlato di legami con il “terrorismo” o di collaborazione con Paesi stranieri allo scopo. Lo scopo, dice Parisa Kakaee, veterana del movimento dei diritti delle donne, è quello d’offrire alle attiviste 3 alternative: “Stare zitte, andare in prigione o lasciare il Paese”. Sempre meno, e meno libere. Il mese scorso è stata la volta di Nasrin Sotoudeh, 45 anni, avvocata e collega di Shirin Ebadi che nella sua carriera ha difeso molte attiviste. Nasrin è stata avvicinata da agenti dei servizi e minacciata di essere arrestata se avesse continuato a patrocinare la premio Nobel che è riuscita a lasciare il Paese un giorno prima delle elezioni. Qualche giorno dopo Nasrin Sotoudeh è stata arrestata. Commentando il suo arresto, Shirin Ebadi dice: “La sola ragione per cui è stata arrestata è perché difende senza paura le attiviste incriminate per la loro azione politica. Dopo le elezioni si è intensificata l’azione di intimidazione nei confronti degli avvocati, in particolare delle donne. Molte sono state costrette a lasciare l’Iran e alcune sono in prigione. Nasrin era tra le poche avvocate e attiviste ancora a piede libero”. Shirin Ebadi è sicura delle ragioni per cui il regime ha paura delle donne: “Ricordate bene le mie parole: saranno le donne a portare la democrazia in Iran”.


(di Peter Beaumont e Saeed Kamali Dehghan. Copyright: The Guardian. Versione italiana Il fatto quotidiano – Traduzione di Carlo Antonio Biscotto)

mercoledì 29 settembre 2010

L'orda di oggi...

i ratti frontalieri


"Quando gli albanesi eravamo noi, era solo ieri"

"L'Orda". Tra i libri del giornalista Gian Antonio Stella, questo è quello che più mi ha colpita, perché capace di smuovere con la sola parola le coscienze sonnolenti. Si parlava di un passato, l'emigrazione italiana, contrapposto a un oggi che ha trasformato gli italiani da vittime a giudici. Ma i serafici svizzeri ci ricordano che non è così: ci hanno giudicato, come sempre come tanti. Eppure, quel che è peggio, ci hanno paragonati a "ratti" affamati di lavoro (leggi l'articolo di Repubblica.it). Topi ciccioni che si chiamano Fabrizio (il ratto manovale) e Giulio (il roditore avvocato), e Bodgan. Bodgan, perché oltre agli italiani gli indesiderati sono anche i romeni (vedi il sito "Bala i ratt"). Romeni: nell'immaginario tanto vicini agli albanesi, quelli del titolo del libro di denuncia di Stella. I curatori del sito che accompagna la campagna, diffusasi su Facebook e poi fattasi pubblicità, dicono di non essere contro i 45mila frontalieri che varcano il confine ogni giorno, ma di voler proseguire la loro battaglia per garantire una tutela agli svizzeri (Verbanianews). Niente da dire, ma se così fosse i ratti se li sarebbero potuti evitare. Non fosse altro perché si tratta di lavoratori, stretti in una polemica che dura da tempo. A dimostrazione che vittime e giudici sono titoli opposti quanto sovrapponibili. Nei secoli dei secoli e in ogni dove: "... l'orda di ieri".