
Sonia Gandhi si è trasformata in una donna indiana. Ma che ne è stato delle sue radici italiane? Alla domanda prova a rispondere Il sari rosso. La vera storia di Sonia Gandhi, l’ultimo lavoro dello scrittore e giornalista spagnolo Javier Moro. Il volume è stato presentato dall'autore al Salone del Libro di Torino. Con lui, erano presenti la scrittrice e giornalista Sandra Petrignani e l’esperto di India Michelguglielmo Torri, docente di storia moderna e contemporanea all’Università di Torino.
“Moro ha portato a termine il lavoro dopo una lunga ricerca – ha esordito Torri – L’opera è caratterizzata da precisione, dovizia di particolari e attendibilità storica”. Il libro si articola lungo gli anni di crescita di Sonia Maino, nota a tutti come Sonia Gandhi, che dal suo paese di origine – l’Italia – è arrivata in India per amore. E oggi è la terza donna più potente al mondo, secondo la rivista Forbes.
Il racconto di questa evoluzione passa direttamente attraverso le parole di Moro. Nata a Lusiana, in provincia di Vicenza, nel 1946, Sonia Maino si trasferisce con la famiglia a Orbassano, in provincia di Torino. Il padre Stefano (lo racconta nel libro uno dei testimoni, l’amico Danilo Quadra) da contadino si trasforma in muratore e piano piano apre una piccola impresa edile. Ragazza timida e riservata, Sonia si trasferisce in un college a Cambridge, per imparare l’inglese. Il 1965 è l’anno della svolta: lì conosce infatti Rajiv Gandhi, ancora studente ma rampollo della potente famiglia indiana Nehru-Gandhi, la dinastia iniziata dall’erede spirituale del Mahatma, Nehru, e proseguita con la figlia di Nehru, Indira Gandhi, primo ministro indiano.
Indira e Najiv, che succede alla madre, muoiono in due attentati uno dopo l’altra e Sonia, che come il marito ha sempre odiato la politica (lui era un pilota), decide di scendere in campo con il Partito del Congresso (Inc). La sua è una scelta che viene dalla lealtà verso l’uomo che amava e dal rispetto per la storia della sua famiglia.
Il matrimonio con Rajiv, contratto per vero amore (nel libro lo assicura l’amico che li fece conoscere, il tedesco Christian von Stieglitz), non trova l’appoggio del padre di Sonia, ma procede nella gioia e nella semplicità e si regge sul forte legame tra Sonia e Indira. Indira, Sonia e la figlia Priyanka: la continuità della dinastia al potere passa attraverso le donne, tutte sposate, tutte in sari rosso.
“Sonia piaceva a Indira e piace oggi perché è diventata una donna indiana: parla hindi, indossa il sari, trasmette spiritualità. Ha saputo rinunciare al potere senza secondi fini nel 2004, in favore di un primo ministro indiano, Manmohan Singh. E chi rinuncia al potere è divino, secondo la mentalità indiana”.
“Il libro di Moro tratteggia un ritratto di Sonia eccellente, anche troppo celebrativo, come gli ho detto dopo aver letto la prima stesura, in qualità di consulente storico – interviene Torri – Moro non ha mai incontrato Sonia Gandhi, se non una volta di sfuggita, ma Sonia ha parlato con lui quasi via lettera, attraverso i suoi avvocati. Dice di non apprezzare il contenuto del racconto, eppure è tutto vero. Un comportamento strano che attribuiamo o alla rimozione progressiva fatta da Sonia delle sue radici italiane o al timore che le origini semplici della sua famiglia intacchino l’immagine che in India si ha di lei. Cosa concepibile prima del 2004, quando il Partito del Congresso non aveva ancora vinto le lezioni nazionali; ma non adesso, che Sonia Gandhi è ancora più potente”.
L’autore Javier Moro dimostra di averla presa con filosofia: “Davvero strana la reazione di Sonia Gandhi. E pensare che non può aver scordato l’italiano, mangia pasta nel miglior ristorante di Nuova Delhi e viene in Italia a visitare i parenti. Se dovessi scrivere un epilogo alla sua storia lo intitolerei Delusione perché inaspettatamente mi sono ritrovato a pensare che anche gli animi più incorruttibili possono cambiare mentalità, solo per effetto del potere. Una donna che fa politica ma non la ama, che vuole e non vuole il potere, che è indiana ma in fondo italiana trasmette uno squilibrio di identità. Eppure, la sua India è il Paese delle diversità, è il Paese dei mille Paesi”.
Giovanna Boglietti
